sabato 31 gennaio 2015

TRANQUILLO, IL PEGGIO E’ PASSATO.

Vanity Fair Febbraio 2015




Cucciolo di Tigre in uno Zoo di Berlino.
La buona notizia è che per la sua specie
in India in quattro anni si è passati
da 1.706 a 2.226 esemplari + del 30%
Il merito va al ripopolamento e lotta al bracconaggio con 10 mila telecamere nelle riserve.

venerdì 30 gennaio 2015

VIVERE...CHE FATICA!


Vivere 
è passato tanto tempo 
Vivere! 
è un ricordo senza tempo 
Vivere 
è un po' come perder tempo 
Vivere.....e Sorridere!....... 
VIVERE! 
è passato tanto tempo 
VIVERE! 
è un ricordo senza tempo 
VIVERE! 
è un po' come perder tempo 
VIVERE....e Sorridere dei guai 
così come non hai fatto mai 
e poi pensare che domani sarà sempre meglio 
OGGI NON HO TEMPO 
OGGI VOGLIO STARE SPENTO! 

Vivere! 
e sperare di star meglio 
Vivere 
e non essere mai contento 
Vivere 
come stare sempre al vento 
VIVERE!......COME RIDERE!!! 

VIVERE! 
anche se sei morto dentro 
VIVERE! 
e devi essere sempre contento! 
VIVERE! 
è come un comandamento 
VIVERE..... o SOPRAVVIVERE.... 
senza perdersi d'animo mai 
e combattere e lottare contro tutto contro!..... 
OGGI NON HO TEMPO 
OGGI VOGLIO STARE SPENTO!..... 

VIVERE 
e sperare di star meglio 
VIVERE VIVERE 
e non essere mai contento 
VIVERE VIVERE 
e restare sempre al vento a 
VIVERE.....e sorridere dei guai 
proprio (così) come non hai fatto mai 
e pensare che domani sarà sempre meglio!!!!!


Vasco Rossi



mercoledì 28 gennaio 2015

Quiz...



Occasione per incontrare il mondo che evolve, 
la vita che è passata, quella che sta passando, 
incrociare realtà diverse,
la neo laureata che ci crede, o che vuole rendersi conto di come funziona,
il sognatore, che sta qui, sta studiando per un altra professione 
ma sogna di fare il vigile del fuoco,
la mamma che spera di poter offrire un futuro più sicuro ai suoi figli,
colei che ha impiegato tutto il suo tempo per trovare un posto nel mondo, credendo di non doversi preoccupare perché la cosa più difficile, qualcuno in cui rispecchiarsi, l'aveva già trovato...
quella che dice "non ho studiato ma mi butto",
c'è quello che pur di fare il filo ad una non si accorge di aver fatto la fila sbagliata,
e la lista potrebbe continuare
ma chi può dire qual'è la strada sbagliata,
chi può dire chi sta battendo una direzione che non lo porterà da nessuna parte?

Io no, di certo.

martedì 27 gennaio 2015

Piera Sonnino - Questo è Stato 
estratto 6

… Anche i ricordi dei giorni successivi sono confusi. Dal pagliericcio sul quale ero distesa scorgevo attraverso i vetri di una finestra pile di casse e divise kaki, mi arrivava all’orecchio un vociare confuso, rombi di motori sovrastavano all’improvviso ogni altro rumore, rombi che rimanevano a lungo nella mia mente. Avevo il corpo dolorante e la febbre altissima. Ero incapace di qualsiasi movimento e di qualsiasi pensiero. Avvertivo al mio fianco, nella stessa baracca, la presenza di altre donne ma non potrei dire chi e quante erano. Il velo di incoscienza si squarcia allorché una voce mi annuncia che l’indomani sarò trasportata all’ospedale. Il terrore mi squassa: urlo. Non voglio andare all’ospedale. So che cosa significa andare all’ospedale. Non voglio essere gasata. Tento di alzarmi per dimostrare che sto benissimo. Posso lavorare, certo che posso, sto in piedi, agito le braccia, non ho bisogno di cure. Perdo nuovamente la consapevolezza di me e del tempo. Un’altra immagine: l’indomani. Due uomini entrano con una barella e si dirigono verso di me. Ricomincio a urlare. Mi afferro ai bordi del pagliericcio, alle lenzuola. Non sono malata, mi sento benissimo. Mi sento forte. Non sono mai stata così ricca di energie. Per pietà, risparmiatemi. I due uomini mi sono vicini. Chiamo la mamma, Roberto, Paolo che mi vengano a difendere, perché impediscano a quei due di portarmi via. Ho l’impressione di lottare come una belva per difendere la mia vita e invece i due uomini mi sollevano senza alcuno sforzo e mi caricano sulla barella. Continuo urlare. Tutti i miei sensi sono dolorosamente acutizzati. L’autoambulanza corre. Un’ampia scalinata. Corsie bianche. Un letto. Cado ancora nell’incoscienza. Una mano fresca sulla fronte. Riapro gli occhi. Un’infermiera è curva su di me. «Come stai?», mi chiede in italiano. Il primo mio pensiero è nuovamente percorso da scariche di terrore. «Sto benissimo. Posso lavorare. Mi faccia alzare. Vado subito al lavoro». L’infermiera non comprende. Ricordo il suo viso chino quasi a toccare il mio. «Ti ho chiesto come ti senti!». Scoppio a piangere. «Lei è italiana come me», singhiozzo, «la prego mi faccia andare via di qui. Mi faccia tornare in baracca. Posso lavorare. Non voglio essere gasata». Gli occhi dell’infermiera si dilatano. In quel torbido crepuscolo della mia mente li vedo diventare grandi, enormi. Pieni di pioggia. Due braccia mi stringono e un petto accoglie la mia testa rasata, il teschio che è il mio viso. L’infermiera comincia a parlare. Ogni sua parola mi riporta lentamente alla vita. Siamo al 17 maggio, mi dice. La guerra è finita da nove giorni. Qui sei nell’ospedale di Altona, ad Amburgo. Ci sei entrata il 9 maggio. Tento di scuotermi. No, dico, è impossibile. La guerra non è finita. Mi dica la verità, non m’illuda. Mi dica che devo morire piuttosto. L’infermiera mi accarezza il capo. La guerra è finita, insiste. Mi lascia un attimo: ritorna con sigarette, cioccolata, biscotti americani, me li sparge sul letto. Comincio a ridere. Brava, applaude l’infermiera, così. Così. Guardati attorno. Guarda che pulizia. Stamattina sembravi sveglia quando i medici sono venuti a visitarti. Di’, che forse i tedeschi ti manderebbero tanti medici? Ci credi ora che la guerra è finita? Io rido, ci credo, ci credo. Fatemi alzare. Fatemi tornare a casa. Forse i miei sono già in viaggio per l’Italia. I miei. Una nube. L’infermiera mi dà qualcosa da bere. Sta’ tranquilla adesso, mi sussurra. Cerca di dormire. Sei malata. Molto malata. Ma non morirai e potrai tornare a casa. Come i tuoi. Il 26 agosto, grande giornata. Con altri italiani lascio in barella l’ospedale di Amburgo. L’infermiera viene a salutarmi. Tra un paio di giorni sarai a casa. Un treno ospedale ci attende in stazione. Il convoglio parte quasi subito. Un’oscura e profonda felicità mi pervade e quasi alimenta la speranza di ritrovare i miei. La mente è ancora così debole che dico i miei e penso a tutti: papà, mamma, Roberto, Giorgio, Maria Luisa, Bice... Anche Bice. Solo a tratti un nero ricordo mi travaglia. Una panca e sopra un cumulo di neve. Il cielo plumbeo.

Dal memoriale di Piera Sonnino pubblicato per la prima volta da «Diario del mese», 24 gennaio 2003
Quindi nel 2004 come volume dalla casa editrice il saggiatore.
estratto da: http://www.senzapaura.org da «Diario de l mese», 24 gennaio 2003.


A distanza di dodici anni da quando ho letto la prima volta questa storia mi prende una stretta al cuore, mi sento soffocare e piango come se conoscessi il male per la prima volta ma siccome fortunatamente non è la mia famiglia mi zittisco con doveroso rispetto. 

lunedì 26 gennaio 2015

Piera Sonnino - Questo è Stato 
estratto 5

… Bice si era assai indebolita e, fin dagli ultimi giorni della nostra permanenza a Belsen, era stata colta da un’acutissima dissenteria. Maria Luisa era quella che più resisteva. Fisicamente era dimagrita e il petto e i fianchi le erano spariti, ma il suo cervello e i suoi nervi erano ancora sufficientemente saldi. Molte volte si sforzava di cantare per noi, di infonderci speranza e fiducia. Era più che nostra sorella. Bice e io finimmo per vedere in lei nostra madre. Al mattino, mentre andavamo al lavoro, tentava perfino di distrarci indicandoci ora un palazzo, ora un albero, ora un oggetto qualsiasi. Molte volte i passanti ci tiravano sassi e qualcuno si spinse fino in mezzo a noi per sputarci addosso. Ma esperimentammo anche l’altro aspetto, quello reale, quello non corrotto dell’hitlerismo, della Germania. Un mattino, dopo qualche ora di lavoro, Maria Luisa fu colta da malore. Cadde tra le macerie che stava spalando. Bice e io disperate, per il timore che la neve e il freddo aggravassero le condizioni di nostra sorella, l’aiutammo a rialzarsi e la ricoverammo in un portone. Eravamo lì da qualche minuto divisi tra l’angoscia che le sorveglianti scoprissero la nostra assenza e l’ansia ancor più grave che Maria Luisa peggiorasse, quando il portone che avevamo socchiuso si aprì. Entrò una donna tedesca, un’anziana signora con una corona di capelli bianchi attorno al viso, che reggeva un thermos. Ci fece segno che era per Maria Luisa. Il tè caldo rianimò nostra sorella. La signora cavò da una tasca del grembiule, che portava sotto il pesante cappotto, un po’ di pane e ce lo divise in tre porzioni. Se n’andò con un’ultima occhiata in cui ritrovammo qualcosa di ciò che avevamo perduto.
… Dopo la partenza di Maria Luisa, Bice cominciò a peggiorare. Piangeva spesso e si lamentava. Andava perdendo le forze a vista d’occhio. I suoi diciotto anni parevano essersi contratti, quasi accartocciati, come una foglia d’albero, staccata verde, nella polvere al sole. Andava divenendo sempre di più una creatura senza età, pallida di quel pallore bianco, quasi cartaceo, dei «subumani». Era divenuta esile, si muoveva con lentezza, come se ogni gesto le costasse infinita fatica. Fino a quando ci fu Maria Luisa eravamo in due ad aiutarla: poi rimasi sola. Rimasi sola a trascinarla lungo la strada che conduceva al lavoro, sola a difenderla dalle sorveglianti, sola nel tentativo di evitarle le maggiori fatiche, sola a sforzarmi di trattenere in lei la vita. E anch’io mi scoprivo a compiere il gesto più elementare come se fosse terribilmente complicato e faticoso.

... La sera del 13 gennaio Bice si lamentò più del solito sulla via del ritorno. La dissenteria era continua, inarrestabile; non esisteva posizione che la diminuisse almeno per un attimo. Sul lavoro, per la strada, sulla paglia. Quella sera mia sorella, dopo la prima cucchiaiata di broda, ebbe un conato di vomito, respinse la gamella e andò a gettarsi sul suo putrido giaciglio. Le rimasi vicina fino a quando le ungheresi non mi ordinarono di filare via. Avevo intenzione di rimanere desta per udire se Bice si lamentava, ma ero così spossata che caddi subito in un sonno profondo. All’alba, come al solito, le sorveglianti ci destarono urlando e agitando i bastoni. Accorsi presso Bice: aveva gli occhi aperti e fissava il soffitto. Ebbi la sensazione che non avesse dormito. Tentai di sollevarla perché si alzasse. Le sorveglianti sul piazzale davano già l’avviso dell’appello. Bice cercò di agevolare il mio sforzo ma ricadde pesantemente. La spronai. Fu inutile. Corsi disperata fuori dalla stalla. Una sorvegliante mosse minacciosamente il bastone verso di me. Piangevo e gridavo per farle comprendere che Bice stava troppo male per poter lavorare quel giorno. La sorvegliante si gettò su di me come una furia. Mi picchiava e io continuavo a gridare, mi batteva sul capo, sul volto, sul petto, e io continuavo a piangere, a gridare, non avvertivo il dolore delle percosse, non sentivo nulla, non ne ho traccia in me, ho soltanto l’angoscia che provavo nella previsione che non fossi riuscita a farmi capire, che la sorvegliante entrasse nella stalla e battesse anche Bice. Riuscii ad afferrare la donna per un braccio e a trascinarla verso la stalla. La sorvegliante finì per intuire ciò che dicevo. Si chinò su Bice, le dette una rapida occhiata, poi, dopo un moto di disgusto, mi cacciò fuori. Mia sorella rimase stesa sulla paglia mentre io, incolonnata con le altre, andavo a lavorare. La giornata fu di una lunghezza lancinante. È difficile trovare parole per descrivere come la misura del tempo sia semplicemente una convenzione: come esista dentro di noi un tempo che può restringersi e dilatarsi all’infinito sfuggendo a ogni metro. Quando venne la sera ero più spossata dall’attesa che dalla fatica. Bice era nella stessa posizione in cui l’avevo lasciata al mattino. Vicino a lei vi era una gamella piena a metà di broda e un pezzo di pane. Appena mi vide entrare mi indicò l’una e l’altro con un piccolo cenno del capo. Aveva la testa avvolta nel suo cappuccetto blu. La guardai e ansia e speranza per un attimo mi cozzarono dentro. Bice aveva il volto disteso, gli occhi quasi limpidi. Le chiesi come stava. Per la prima volta, dopo molti giorni, mi rispose che stava benissimo. Chiesi a un’ungherese il permesso di dormire accanto a mia sorella. Non ebbi neanche risposta. La donna cadde quasi di schianto sul proprio giaciglio e chiuse gli occhi. Cercai di resistere al sonno. Sapevo che non avrei dovuto dormire. Ma la stanchezza era più forte della volontà. Il sonno era soltanto un rapidissimo chiudere e aprire gli occhi. La notte, dalle tenebre all’alba, durava un attimo. Mi destai al grido delle sorveglianti. Bice era immobile ancora con gli occhi aperti in quella strana fissità. La paglia sotto di lei e attorno a lei era marcita per la dissenteria. Con un filo di voce insistette a dirmi che stava benissimo. Pareva avesse raggiunto uno stadio in cui non c’era più sofferenza. Al termine dell’appello mi prosternai dinanzi alla sorvegliante che il giorno prima mi aveva battuto, le chiesi che mi facesse rimanere accanto a mia sorella. Ripetevo la parola «morte», la sola che avessi appreso in tedesco. Ero inginocchiata dinanzi a quella donna, col capo piegato fino a toccare con la fronte la terra. Il bastone si abbatté sulle mie spalle e avvertii una fitta al petto. Mamma, mamma..., chiamavo. Mamma, mamma... aiutami. Bice sta morendo, fa che questa donna capisca, che abbia un briciolo di umanità. Ero ancora curva così, prona a terra, quando udii il passo della colonna che si allontanava. Corsi come una pazza accanto a Bice. Bice non mi chiese neppure il motivo per cui non ero andata a lavorare. Le presi la mano e gliela strinsi. Un poco più tardi pensai che sarebbe stato bene ripulire il suo giaciglio e lavarla. L’afferrai con amore sotto le ascelle e stavo per sollevarla quando un lungo rantolo mi paralizzò. Distesi nuovamente Bice e le ripresi la mano. Rimasi così tutto il giorno, senza muovermi, senza parlare, con l’assurda speranza di trasmettere calore e vita a quel corpo. Sapevo ciò che stava per accadere, ma non volevo crederci. Bice era l’ultimo solido frammento del passato che mi rimaneva. Avvertivo con crescente paura i sempre più lunghi periodi di assenza della mia mente, gli abbandoni frequenti, la volontà di vivere sempre più fievole. Conoscevo quei sintomi perché spesso altre ne avevano parlato e sapevo che cosa significassero. Ma finché Bice fosse rimasta con me io sapevo anche che non mi sarei lasciata sopraffare.

…Quando tornarono le ungheresi fui costretta a lasciare mia sorella. Io mi vergogno di scriverlo, ma anche quella sera, nonostante avessi impegnato tutte le mie forze per resistere, mi addormentai. Mi destai all’improvviso oppressa da una sensazione di terrore. L’alba era vicina. Chiamai la signora Foà, la pregai di andare a vedere come stesse Bice. La signora si alzò a fatica, ancora assonnata. Scavalcò il corpo delle altre donne che, nel sonno, si lamentavano e raggiunse il giaciglio di Bice. Si sporse su di esso e rimase un attimo immobile. La vidi stendere una mano per toccare mia sorella. Chiusi gli occhi. Mamma, mamma... imploravo. La signora Foà mi tornò vicino e mi posò una mano sul capo. È morta, disse con un soffio. Accanto a Bice assistetti al levarsi di un grigio giorno di neve. Nel corso della mattina una «kapò» venne a chiedermi le generalità di Bice. Annotò tutto con estrema diligenza su di un registro. Se n’andò senza dare un’occhiata a quel corpo senza vita. Nel pomeriggio vennero a prendere il corpo di Bice. Lo portarono fuori dalla stalla e lo depositarono su una panca accanto alla porta della latrina. Nevicava. Gettarono su mia sorella un sacco che le coprì a mala pena il ventre appiattito. Il volto, nella corona blu del cappuccetto, rimase esposto alla neve e così le mani e le gambe. L’indomani mattina, prima dell’appello, nell’ora in cui ci era consentito andare nella latrina, passai accanto a Bice. Vi ripassai la sera e l’indomani e poi la sera e ancora il giorno dopo e un altro giorno ancora. Dopo quattro giorni ben poco emergeva più di Bice dalla neve. È da quel momento che i miei ricordi si fanno confusi, staccati, impersonali. Il subcosciente li trattiene come un male che cova dentro di me. So che dovrei liberarmene ma non ne sono capace.

estratto da: http://www.senzapaura.org da «Diario de l mese», 24 gennaio 2003.

domenica 25 gennaio 2015

Piera Sonnino - Questo è Stato  
estratto 4

…Rivedemmo papà e i ragazzi la sera del settimo giorno di detenzione quando fummo fatte uscire dal camerone e trasferite in un sito altrettanto squallido dove trovammo i nostri congiunti con altri nostri correligionari. Papà e Giorgio ci apparvero prossimi al collasso. Giorgio si lanciò tra le braccia della mamma e si strinse a essa disperatamente. Roberto e Paolo si sforzavano, come al solito, di apparire in condizioni di spirito soddisfacenti.
…In viaggio verso l’ignoto. Nel vagone la luce è scarsa, un poco alla volta l’aria diventa irrespirabile. Lo spazio a nostra disposizione è così limitato che non possiamo muoverci. A malapena riusciamo a sederci dandoci il cambio.
… La sensazione più precisa che ricordo è l’orribile certezza di essere nata e di dover vivere per tutta l’eternità tra quegli assi di legno in movimento, in quel lezzo. La mia esistenza è una riva che si allontana sempre di più, che sempre di più diventa come invisibile, avvolta in nebbie pesanti. Il pazzo desiderio di tornarvi, di ridestarmi nel mio letto dopo una notte di incubi, sfuma; a tratti non lo ritrovo più dentro di me. Dalla feritoia del vagone entrano la notte e il gelo quando il convoglio si arresta ancora una volta. Siamo immerse nella sonnolenza che ci ha colto ormai da ore. Quasi la coscienza si fosse ridotta fino a dimenticare se stessa. La sosta si protrae ma non vi prestiamo attenzione. A un tratto al di fuori esplode un inferno di grida e di colpi di fischietto. Sembra che mille cani stiano latrando nella lotta. Le porte dei vagoni vengono aperte con violenza. Fasci di luce ci abbacinano. Soldati in divisa nera e grigia ci urlano parole incomprensibili. Balziamo in piedi, atterrite.
… Una grande spoglia baracca. Una lunga, interminabile notte. Roberto è venuto ad annunciarci che siamo ad Auschwitz. Il nome non ci ha detto nulla. Immaginiamo di essere in Germania e invece siamo in Polonia. Le donne sono raccolte al centro della baracca, unite una all’altra per scaldarsi reciprocamente con il calore dei propri corpi. Noi giovani andiamo spesso a spiare all’esterno guardando attraverso i vetri delle due finestre che si aprono su una parete della baracca. Una muraglia di tenebre. Non riusciamo a vedere nulla. Roberto e Paolo passano da un gruppo all’altro e di tanto in tanto vengono a riferirci ciò che si dice, le notizie che corrono. Giorgio è in grembo a nostra madre, rannicchiato come fosse tornato indietro nel tempo, come chiedesse a chi l’ha generato di riprenderlo in se stessa, di annullarlo gradatamente, di togliergli la vita che gli ha dato. Papà si muove come un automa, come fosse privo di sensi e di volontà. L’ingessatura della spalla gli da più che mai fastidio, ma non se ne lamenta. Forse non se n’accorge neppure. Le nostre percezioni sensorie hanno subito un collasso. Viviamo ai margini della coscienza. In un mondo assurdamente irreale e reale nel contempo. È questa l’ultima notte che la mia famiglia trascorre assieme, unita. Non ve ne saranno altre. Otto creature legate da vincoli di sangue che si stringono d’appresso per l’ultima volta. Rivedo mia madre, mio padre, i miei fratelli, le mie sorelle, io stessa, attingere in noi, dalla nostra unione, l’estremo calore umano che ci è consentito.
… Un sussulto di orrore quando si apre la porta ed entra uno scheletro dagli occhi lucidi che indossa una divisa a strisce cascante sul suo corpo incredibilmente magro. Gli uomini gli si affollano attorno. Lo scheletro ha un secchio in mano. Si trattiene qualche istante poi con il suo passo lento attraversa la baracca e scompare. Ne seguono altri. Sono addetti ai servizi del campo. Turno di notte. Uno di essi si arresta dinanzi a me. Mi indica la caviglia fasciata e mi fa segno di togliere subito le bende. Indugio perché non comprendo. La parola selezione mi colpisce tra le altre. Lo scheletro si rivolge agli uomini e parla loro concitatamente. Parla in tedesco. Vi è chi lo traduce. Occorre far scomparire subito qualsiasi segno che possa rivelare una nostra menomazione fisica. Ferite o malattie. Le selezioni si vanno facendo sempre più severe. Le camere a gas e i forni funzionano a ritmo serrato. Chi non è in grado di lavorare viene eliminato. Mi tolgo subito la garza di carta e la sottile benda che mi stringono la caviglia. Le parole sembrano uscire non dalla bocca di un uomo, ma dalla notte. Imploriamo papà di fare altrettanto con la sua ingessatura. Papà scuote il capo. Sembra che non comprenda ciò che gli diciamo. Si lascia cadere in mezzo a noi e rimane immobile, con gli occhi chiusi. La mamma gli prende una mano e gliela stringe. Roberto, Paolo, Maria Luisa, Bice e io ci raduniamo attorno ai nostri genitori e a Giorgio. Così trascorriamo il resto della notte e qualsiasi cosa dicessi di quel tempo non avrebbe senso tradotto in parole, sarebbe un’esile ombra di quella realtà. Lo ruberei a me stessa, a ciò che è mio, disperatamente soltanto mio. L’alba si preannunciava con grigie dita alle finestre della baracca quando vi irruppero le Ss. Con il mitra spianato, si dispongono attorno a noi, chiudendoci in un cerchio. Tre ufficiali, di cui uno porta i contrassegni di medico, ci ordinano di alzarci e di schierarci in colonna. Mano a mano che ognuno di noi viene chiamato, fa un passo in avanti e il medico lo scruta, lo esamina, gli tasta i muscoli del braccio. Siamo divisi in tre gruppi: i vecchi, i giovani e le giovani. Tutto avviene rapidamente. Non facciamo neppure in tempo a scambiarci un saluto: il gruppo delle giovani è il primo a lasciare la baracca in mezzo a una tempesta di ordini gridati ad alta voce. Non riusciamo neppure a voltarci una volta, una sola volta, per rivedere mamma e papà e i nostri fratelli. Siamo spinti brutalmente all’esterno, nel fango che ci si incolla alle scarpe, nell’aria gelida.
… «Siete italiane?». Ci voltammo. Una donna pallidissima e magra tentò di sorriderci. Disse di essere la dottoressa Morpurgo di Trieste [9]e ci chiese se avevamo notizie di una sua sorella che risiedeva a Genova. Se ci risultava che fosse stata catturata e se aveva viaggiato nel nostro stesso transport. Le rispondemmo di no. La donna parve tranquillizzarsi. S’informò di noi. Le domandammo a nostra volta se avevamo qualche possibilità di vedere i nostri genitori e i nostri fratelli. «I vostri fratelli se sopravviveranno... Vostra madre e vostro padre no. Sono già stati gasati». Indicò la direzione nella quale sorgevano i camini e dove alla notte rosseggiava sinistra la fiamma. Continuò a parlarci tristemente, mentre piangevamo, dicendoci che dovevamo affrontare la realtà così com’era, soffocando ogni sentimento, evitando l’insorgere di qualsiasi illusione, lottando soprattutto per sopravvivere. Ci disse che non era umano piangere la morte dei nostri genitori: in quelle condizioni dovevamo essere lieti che nostro padre e nostra madre fossero periti. Non potevano avere sorte migliore. Bice pareva divenuta di ghiaccio. Mi era accanto e la sentivo gelida. Maria Luisa si scioglieva in lacrime. La dottoressa Morpurgo le carezzava i capelli. Prima che le sorveglianti le ordinassero di allontanarsi ebbe ancora il tempo di annunciarci che probabilmente non saremmo rimaste ad Auschwitz.
…Mentre il treno iniziava la sua corsa Maria Luisa, Bice e io cercammo di dare un’ultima occhiata ad Auschwitz: i nostri genitori e i nostri fratelli erano là. In fondo a ognuna di noi era l’inconfessabile speranza che nonostante tutto, nonostante ciò che avevamo veduto e appreso, mamma e papà fossero ancora vivi, che li avremmo riveduti assieme a Paolo, Roberto e Giorgio. Quel viaggio di due giorni non ha storia. Eravamo tutte allo stremo delle forze. Giacevamo l’una sull’altra senza muoverci, senza parlare. La fame, dopo un periodo di intensità spasmodica, pareva essersi acquietata. A me pareva di non avere più stomaco. Di non avere forma. Senza passato e senza avvenire. Avevo coscienza tuttavia che quello era soltanto l’inizio. Misuravamo, nei paurosi scheletri viventi delle altre compagne che erano con noi, le sofferenze che ancora ci attendevano. Quando il convoglio si arrestò e dopo una lunga sosta furono riaperte le porte dei vagoni, avemmo la sensazione di essere tornate al luogo da cui eravamo partite. Dinanzi a noi era la notte, una notte nebbiosa e gelida, e un mare di fango. La baracca che ci attendeva pareva uscita dai sogni di un folle: invasa da un lezzo che toglieva il respiro, con le cucce a castelli unite l’una all’altra, popolata da fantasmi. Ci pigiammo lì dentro cercando soltanto di darci calore a vicenda. Una di noi nell’attraversare il lager aveva chiesto dove ci trovavamo. «Belsen...», era stata la risposta. Dall’indomani mattina, all’alba, cominciarono gli appelli all’aperto, nell’aria gelida di un inverno rigidissimo. E sperimentammo fino in fondo la crudeltà. Per un futile errore durante il lavoro Maria Luisa fu battuta a sangue sotto i nostri occhi, miei e di Bice.

estratto da: http://www.senzapaura.org da «Diario de l mese», 24 gennaio 2003.

sabato 24 gennaio 2015

Piera Sonnino - Questo è Stato
 estratto 3

…Alla fine di settembre e ai primi di ottobre fu chiaro che se avessimo tardato anche di un solo giorno la nostra partenza da Sampierdicanne avremmo corso il rischio di farci intrappolare dai tedeschi. Più di uno in quella località era a conoscenza che eravamo ebrei. Roberto decise di chiedere aiuto a una propria collega di ufficio, la signora Maria Luisa Bancalari. Vincendo le riluttanze della mamma, preoccupata per il suo viaggio a Genova, andò a trovarla e tornò dicendo che la signora Bancalari avrebbe provveduto, a mezzo della sua domestica, a trovarci un alloggio in Val Trebbia e più precisamente in un paesello nei pressi di Rovegno. Attendemmo con ansia qualche giorno e finalmente la signora Bancalari ci informò che erano a nostra disposizione alcune camere nell’unico alberghetto di Pietranera di Rovegno, chiuse da mesi, e che un contadino era disposto a fornirci una cucina. Un mattino radunammo le nostre cose su un carretto e, a piedi, partimmo alla volta di Chiavari. Attorno a noi si raccolse un bel po’ di gente tra curiosa e compassionevole per vedere andare via «la famiglia ebrea». Ci guardarono con qualcosa negli occhi che non dimenticherò più. Se i miei fratelli lo avessero chiesto sono certa che ci avrebbero aiutato a mettere le valigie sul carretto e avrebbero stretto la mano a tutti purché, per primi, l’avessimo tesa. Mentre ci allontanavamo non potemmo fare a meno di pensare a quella gente e al fatto che, seppure ognuno di noi valeva una taglia di duemila lire, nessuno ci aveva denunciato. Gente umile, gente sconosciuta, poverissima, quella che lasciavamo alle spalle, gente che non possedeva assolutamente nulla e che ci aveva donato altri mesi di vita. Il viaggio fino a Pietranera di Rovegno fu pieno di allarmi, pauroso. Ovunque soldati tedeschi e repubblichini. Ore di spasimo per noi e più ancora per i nostri fratelli che potevano essere catturati da un momento all’altro. Pietranera era già stata investita dall’autunno. Le foglie degli alberi erano gialle e i prati mostravano tracce opulente di verde frammiste a chiazze grigie e marroni.
…In quei nove mesi avvennero due fatti, in se stessi di scarsa importanza, ma per noi di rilievo. Il 16 agosto 1944, mentre mi trovavo a far compere al mercato di via XX Settembre, avvertii uno strattone alla borsa che portavo appesa al braccio e un individuo, lo stesso che me l’aveva strappata, darsi alla fuga con essa. Alcuni uomini presenti lo rincorsero e riuscirono a raggiungerlo. La borsa mi fu restituita e mi fu chiesto se intendevo sporgere denuncia contro il ladro [4]. Avevo già risposto di no quando intervenne un agente di polizia in borghese. Un tipo straordinariamente cerimonioso il quale insistette sul mio dovere di cittadina di far punire il ladro. Io ero gelata dalla paura. Cercai di resistere al poliziotto e, vedendo inutili le mie fatiche, scoppiai in lacrime. Piangevo disperata perché mi rendevo conto del pericolo in cui mi sarei cacciata se fossi andata in un qualsiasi posto di polizia. Mi guardai attorno per scoprire una via di fuga, ma era impossibile: l’agente, il ladro e io eravamo circondati da un capannello di curiosi. Tutti e tre ci incamminammo verso il commissariato che allora aveva sede al primo piano di Palazzo Ducale. L’agente non riusciva a comprendere la ragione delle mie lacrime e l’addebitava allo shock subito. Dinanzi al sottufficiale, al momento di declinare le mie generalità, fui assalita da un’altra ondata di panico. In via Montallegro avevamo detto di chiamarci Melani ma l’infantile trucco con la polizia non poteva servire. Mi venne chiesta la carta d’identità. Ero tutta un tremito quando la porsi. Fortunatamente su di essa vi era ancora l’indirizzo di via Montello che avevamo abbandonato dopo lo sfollamento a Chiavari senza più tornarvi. Il sottufficiale registrò freddamente nome, cognome e indirizzo e m’invitò a sottoscrivere il verbale. Lo firmai e non so come riuscii a padroneggiare per quell’attimo la mia mano. Domandai se potevo andarmene e mi fu risposto di sì. Lasciai il commissariato di corsa, col cuore in gola. Mi imbattei in piazza De Ferrari in Paolo al quale raccontai l’accaduto. Mio fratello mi rimproverò piuttosto duramente per la mia disattenzione. Gli feci notare che non era colpa mia e lui disse che lo era: se fossi stata più attenta il ladro non mi avrebbe borseggiato. L’indomani la notizia era sui giornali. Quindici righe su una colonna con le mie generalità complete. Per molto tempo fui attanagliata dal sospetto che quella notizia avesse messo i tedeschi sulle nostre tracce. Sospetto assurdo, come provano gli avvenimenti seguiti, ma da quale tardai a liberarmi. Del secondo episodio fu protagonista papà. Alla fine di settembre rimase vittima di un incidente che avrebbe potuto accelerare il tempo della nostra cattura. Quel giorno egli era uscito per una breve passeggiata quando casualmente cadde e si fratturò una spalla. Dovette difendersi più che dal dolore dai soccorritori che intendevano trasportarlo all’ospedale di San Martino lontano poche centinaia di metri dal luogo dove era caduto. Finalmente fu portato a casa. Ci rivolgemmo al professore Pasquale Cattaneo, di cui sapevamo la fiducia che meritava, ed egli ci promise che avrebbe inviato subito un collega. La spalla di papà fu ingessata e tale era ancora la mattina del 12 ottobre e nella notte tra il 27 e il 28 dello stesso mese, la lunga, tormentosa notte di Auschwitz.
… Chi comandò il nostro arresto fu Brenno Grandi, che riuscì a essere assolto nel processo che subì nel 1947 perché poté dimostrare di avere infierito sugli ebrei non a scopo di lucro; ma essi, quei quattro agenti che eseguirono i suoi ordini, ovunque oggi siano, sappiano che dal momento in cui ci trascinarono fuori dalla nostra casa, in quella prima e unica volta che ci videro, dettero l’avvio al nostro viaggio verso la morte. Essi stessi per me, oggi, hanno nella memoria il volto della morte.
… A Marassi fummo divisi. Nostro padre e i nostri fratelli condotti nel braccio dei detenuti e noi, nostra madre, Maria e io, rinchiuse in un camerone dove già si trovavano altre donne. Era un camerone squallido e tetro. La luce vi pioveva da una stretta feritoia posta in alto. L’aria era pesante, irrespirabile. Noi quattro ci radunammo in un angolo, lontano dalle altre sventurate. Era facile capire chi fossero osservando come si comportavano e, più ancora, ascoltando i loro discorsi, inframmezzati da brevi risate nervose. La mamma ci disse a bassa voce di non guardarle. Mia madre era letteralmente sconvolta per il luogo in cui si trovava. Avevamo paventato e temuto la cattura; entro noi stessi, forse, avevamo sempre saputo che un giorno o l’altro l’evento sarebbe accaduto, ma la sua realtà, ora in quella cella, era tale da sovvertire ogni previsione. Almeno così ci parve allora. Le carceri di Marassi ci parvero già l’incubo e invece furono soltanto una tappa di avvicinamento a esso. Ma era la prima realtà dell’incubo per noi. Più ancora della Casa dello studente dove non avevamo fatto a tempo a rinchiuderci neppure per un attimo in noi stessi. Le donne, sulle prime, dimostrarono della curiosità nei nostri confronti, vollero sapere chi fossimo e una di esse disse che non sapeva che vi fosse un reato «ebreo». Insistettero per parlare con noi ma, di fronte al nostro silenzio, finirono per lasciarci in pace. Credo che provassero pena per noi. Avevamo messo nostra madre al centro e noi le stavamo attorno, strette l’una all’altra. Io sentivo riacutizzarsi le fitte e i dolori di un ascesso glandolare per cui ero in cura da qualche tempo, ma mi vergognavo di parlarne. Mamma se ne ricordò all’improvviso, all’ora in cui ero solita prendere le medicine. Mi guardò a lungo e mi strinse la mano. I sette giorni trascorsi a Marassi ci parvero interminabili.


estratto da: http://www.senzapaura.org da «Diario de l mese», 24 gennaio 2003.