10/03/2020
Covid 19
Che Dire! Non ci sono parole...
martedì 10 marzo 2020
martedì 14 gennaio 2020
L’ETERNA
INDECISA
Ogni
giorno siamo chiamati a fare delle scelte:
-cosa
indossare,
-come
organizzare la giornata,
-cosa
mangiare,
-quanto
posso spendere,
-dove
andare dopo il lavoro,
-cosa
fare,
-a
chi voler bene,
-con
chi litigare,
-con
chi non vale la pena di litigare,
-bianco
o rosso,
-gonna
o pantaloni,
-rossetto
o senza,
-trucco
o no,
-il
panino avanzato lo butto, o lo do ad un cane per strada…
Su
questo non c’è neanche da porsi la domanda e cosi via dicendo tutto il giorno,
tutti i giorni,
Ma…un momento, queste sono le scelte che si pone chi
ha una vita da svolgere, chi ha dei compiti, delle mansioni, degli obblighi a
cui adempiere, immaginate per un momento che da un giorno all’altro vi
ritroviate a non vivere più la vostra vita di sempre, all’improvviso siete
senza lavoro o qualcosa che ci assomigliava, senza compiti, tutte le vostre
scelte si riducono a: sono sveglia, cosa posso fare, attenzione non cosa voglio
ma cosa posso, esistono vocaboli differenti per una ragione.
Ed ecco che i gesti più semplici non saranno più
scontati, alzarsi, lavarsi i denti, vestirsi, fare, fare, fare…cosa?
Ad un certo punto comincerete ad avere nostalgia di
quando indossavate una maschera per incontrare il mondo, benché l’abbiate
sempre detestato, perché almeno avevate una vita da vivere.
Una maschera per gli estranei, una maschera per i
colleghi, per i parenti, dal salumiere, in farmacia, dal medico, per strada, mi
sono posta spesso questa domanda, quando si può: “calare la maschera”? Credo di
poter rispondere: “ognuno ha il suo momento”!
La definizione di Riflettere dice: “rivelare
all’esterno l’agitarsi di pensieri o sentimenti” ma è anche:
-pensare,
-soffermarsi,
-meditare, il contrario è: “agire d’impulso”.
La riflessione in
questione è: quando dobbiamo prendere una decisione, scegliere se prendere una
strada o un’altra ma non dobbiamo decidere se prendere un caffè o un caffè
d’orzo (per quanto la decisione a lungo
andare ha la sua influenza) bensì trovarsi a un bivio e non sapere quale
porta aprire, ben sapendo che da quella decisione dipenderà tutto il resto
della propria vita, consumarsi nel dilemma di voler sapere cosa succederà se
apro la porta B e se invece dovessi
affacciarmi alla A Aaaaaaaaaaaaiuto
che fare, a chi non è capitato????
Ma
quello che mi chiedo è: “come si fa a ridursi in questo stato”? Rimuginare
continuamente sul e se, e se, e se, e ancora se.
Come
facevamo prima, quando era abbastanza facile prendere decisioni, non
riflettevamo affatto e quindi agivamo sempre d’impulso?
Oppure
era l’incoscienza di non capire fino in fondo, quanto alcune scelte
condizionano il resto della propria vita, a farci scegliere?
Per me è stato sempre
difficile, perché ho sempre pensato che la vita ti dà delle indicazioni,
chiamiamole “coordinate” sta a noi saperle interpretare.
Riflettevo:
ma il mio libretto delle istruzioni, chi l’ha preso?
... da Essere talune o tal'altre
domenica 29 dicembre 2019
lunedì 2 dicembre 2019
Fai qualcosa...
Quando ti dicono fai qualcosa e tu vorresti con tutte le tue forze fare qualcosa che porti da qualche parte ma non sai assolutamente cosa fare e passi le giornate cosi capendo che la tua vita sta andando via, per te stessa non sei riuscita a fare nulla, le rinunce che hai fatto non ti hanno portato da nessuna parte e nessuno le ha capite ( perché chi ha rinunciato sei tu e non gli altri, il sacrificio è tuo e non degli altri ) capisci che il tempo di alcune persone sta per finire, hai questo peso sul cuore e non riesci a respirare a fondo quindi quando ti imbatti in dialoghi scialbi è naturale che la tua faccia assuma un espressione di disappunto che viene interpretata come supponenza, non lo è, è solo consapevolezza, la stramaledetta consapevolezza che non ti fa vivere nemmeno quello che di buono c'è nel quotidiano.
Quando ti dicono fai qualcosa e tu vorresti con tutte le tue forze fare qualcosa che porti da qualche parte ma non sai assolutamente cosa fare e passi le giornate cosi capendo che la tua vita sta andando via, per te stessa non sei riuscita a fare nulla, le rinunce che hai fatto non ti hanno portato da nessuna parte e nessuno le ha capite ( perché chi ha rinunciato sei tu e non gli altri, il sacrificio è tuo e non degli altri ) capisci che il tempo di alcune persone sta per finire, hai questo peso sul cuore e non riesci a respirare a fondo quindi quando ti imbatti in dialoghi scialbi è naturale che la tua faccia assuma un espressione di disappunto che viene interpretata come supponenza, non lo è, è solo consapevolezza, la stramaledetta consapevolezza che non ti fa vivere nemmeno quello che di buono c'è nel quotidiano.
martedì 26 novembre 2019
sabato 2 novembre 2019
2 Novembre 2019.....oggi è cosi, domani chissà
La morte ci imbarazza. Noi italiani non sappiamo accettarla come gli indiani o gli arabi; non sappiamo ricordarla come gli ebrei; non riusciamo a scherzarci sopra come gli inglesi; non abbiamo imparato a esorcizzarla come gli americani (pensate a Halloween, che gli Usa hanno esportato nel mondo come una festa per bambini). Noi italiani trattiamo la morte con un timore superstizioso, e usiamo la tattica dello struzzo. Di morte non vogliamo sentir parlare, e non sappiamo parlare a chi se l’è trovata di fianco.
I morti altrui non ci interessano. I nostri morti - anche in questi giorni, che a loro sono dedicati - sono quasi sempre figure lontane. Ai bambini ne parliamo poco, quasi fossero fantasmi in grado di turbarne i sogni.......
......Restava, e resta, il problema dei cimiteri. Non occorre essere Ugo Foscolo per capire che la nostra fissazione monumentale è angosciosa, mentre i cimiteri anglosassoni - verdi e lindi - sono, se non allegri, rassicuranti. Ricordo lo stupore quando, arrivato da poco a Londra, vedevo gli inglesi che portavano tè e biscotti tra le croci, in luoghi come Kew o Hampstead. Mi sembrava una mancanza di rispetto. Poi ho capito: la mancanza era mia. Il loro era rispetto.
Estratto da
La morte ci imbarazza. Noi italiani non sappiamo accettarla come gli indiani o gli arabi; non sappiamo ricordarla come gli ebrei; non riusciamo a scherzarci sopra come gli inglesi; non abbiamo imparato a esorcizzarla come gli americani (pensate a Halloween, che gli Usa hanno esportato nel mondo come una festa per bambini). Noi italiani trattiamo la morte con un timore superstizioso, e usiamo la tattica dello struzzo. Di morte non vogliamo sentir parlare, e non sappiamo parlare a chi se l’è trovata di fianco.
I morti altrui non ci interessano. I nostri morti - anche in questi giorni, che a loro sono dedicati - sono quasi sempre figure lontane. Ai bambini ne parliamo poco, quasi fossero fantasmi in grado di turbarne i sogni.......
......Restava, e resta, il problema dei cimiteri. Non occorre essere Ugo Foscolo per capire che la nostra fissazione monumentale è angosciosa, mentre i cimiteri anglosassoni - verdi e lindi - sono, se non allegri, rassicuranti. Ricordo lo stupore quando, arrivato da poco a Londra, vedevo gli inglesi che portavano tè e biscotti tra le croci, in luoghi come Kew o Hampstead. Mi sembrava una mancanza di rispetto. Poi ho capito: la mancanza era mia. Il loro era rispetto.
Estratto da
2 novembre, i morti non vogliono spaventarci ma possono consolarci
di Beppe Severgnini Corriere della Sera 02/11/2019
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